L’Italia entra nel Fiscal Compact, la Germania dice no.

Immagine15 maggio 2013 – by Cirdan – Ci sono giorni che passano inosservati, senza una memoria, lontani dalla storia. Questo perché eventi di media-grande importanza non hanno sensibilizzato le coscienze, non hanno creato un dubbio, ci sono stati ma s’è preferito non parlarne, per non disturbare. Rimetterli invece nella storia fa in modo che il passato torni a galla. Il passo è breve, si fa presto a riavvolgere la pellicola: 18 aprile del 2012. Il Senato approva in quarta ed ultima lettura il ddl costituzionale di riforma dell’art. 81 della Costituzione (quando vogliono come la toccano), che introduce il pareggio di bilancio, raggiungendo col voto unanime di Pd, PdL e Terzo Polo, il quorum di 214 voti su 321 aventi diritto, misura necessaria ad evitare il referendum popolare confermativo. Allora, un passo alla volta. Libro della Costituzione in mano, articolo 138, secondo comma: le leggi costituzionali, qualora non siano approvate al secondo passaggio con una maggioranza dei due terzi dei componenti in ciascuna delle due Camere, “sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.”.

Nel silenzio più assordante della primavera di dodici mesi fa, coloro che oggi vanno predicando responsabilità (ripetiamo insieme: loro ci parlano di responsabilità) hanno sottoscritto una condanna con l’Europa facendola passare inosservata e, ma guarda a volte il caso, usando quelle larghe intese che oggi vanno tanto di moda, e provando spudoratamente a fare cadere le responsabilità di questo stallo sui pentastellati; poi qualcuno tende ancora domandarsi perché non si fidano! Questa sottoscrizione, in termini più pratici, ci obbligherà nei prossimi quattro lustri a portare il deficit al 60% del Pil, il che significa allo stato attuale il 5% annuo che in euro fa 50 (cinquanta) miliardi ogni dodici mesi, fino al raggiungimento del pareggio di bilancio (questo utopico) non oltre un disavanzo strutturale del -0,5%. Due le soluzioni: 1) aumentando il proprio prodotto interno lordo tale da ridurre il rapporto debito/Pil (e con l’aria che tira la vedo dura); 2) ridurre l’indebitamento, rimborsando il debito pubblico, in parole spicce: tassare e tagliare. Ricordo che la geniale operazione che ha fatto intendere ai partner europei che l’Italia era pronta è stata voluta da Berlusconi.

In un momento storicamente importante per il Paese, vista la recessione in atto, il crollo verticale del prodotto interno lordo, la chiusura di migliaia di aziende e con alle porte l’inizio della grande tassazione, la politica ha deciso di fare comunella, di accordarsi, di trovare il modo di liberarsi di quell’odio di facciata per generare una larga intesa su temi europei, perché è evidente che oggi per fare campagna elettorale si critica Monti e allora il posto dove andare a fare merenda l’avevano fatto scegliere a lui, tronfi. Perché a pensarci bene non era il caso di chiedere ad un popolo che stava per essere investito dalle tasse se aveva piacere a riceverne altre nel breve periodo. Ecco che allora passa il ddl, nell’omertà della stampa.

Un mese dopo, 29 giugno 2012, a nord-est della penisola un altro stato dice si al fiscal compact, lo stato che più di altri l’ha voluto: la Germania. Dalla Merkel a Schaeuble i toni furono trionfali, con la Cancelliera prodiga nel sostenere la moneta unica e l’impegno della Germania, e il ministro delle Finanze a sviolinare l’operato delle Commissioni europee. Tutti dentro insomma, dentro al fiscal compact, dentro l’Esm, più avanti arriverà anche il Two Pack. Però in Germania succede qualcosa di insolito. L’Esm e il fiscal compact ricevono dodicimila ricorsi, rivolti dal parlamentare bavarese della Csu, Peter Gauweiler e dall’ex ministro della Giustizia, Herta Daeubler-Gmelin, e tutti i parlamentari della sinistra radicale Die Linke. La motivazione: la cessione di sovranità indotta dalle nuove leggi deve essere confermata da un referendum: un voto a maggioranza dei due terzi del parlamento non sarebbe sufficiente. Non a caso la legge fondamentale individua in modo esplicito quali sono i settori per i quali è previsto che una legge non possa essere approvata senza il necessario consenso del Bundesrat. Si tratta di circa una quarantina di settori che riguardano soprattutto la materia finanziaria (toh!) e amministrativa. Generalmente il Bundesrat ha a disposizione sei settimane per esaminare un progetto di legge e votarlo. Il progetto viene approvato con la maggioranza assoluta dei voti, e qualora non venga raggiunta la maggioranza il progetto di legge viene respinto e decade. Ma questo non è successo nonostante solo i due terzi abbiano avuto parere positivo.

Passano i mesi e a dicembre il Senato italiano vara la legge di attuazione del dettato costituzionale, legge 24 dicembre 2012, n. 243, sulle disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’articolo 81, sesto comma, della Costituzione, entrata poi in vigore il 30 gennaio del 2013. Sempre nel silenzio generale abbiamo approvato senza fiatare l’imposizione delle cancellerie europee, genuflettendoci ai voleri degli altri, cedendo ulteriore sovranità nazionale. Ma il bello arriva con il nuovo anno. Mese di marzo. 

Il Senato dei Länder blocca il fiscal compact.

Tramite il voto dell’opposizione socialdemocratica e verde, che detiene la maggioranza nella seconda Camera, conquistata da poco con le amministrative in Bassa Sassonia, viene rimandato alla Commissione di mediazione il fiscal compact proposto dal governo Merkel. Inevitabile che adesso in Germania inizierà un lungo periodo di compromesso, dove la Commissione proverà a far convergere gli obbiettivi delle due Camere per adeguarsi alle direttive europee. A votazione conclusa sono arrivate copiose le richieste delle Regioni in cambio dell’austerità: l’introduzione di un salario minimo di 8,50 euro l’ora e l’apertura di un fondo che raccolga dai 2,5 ai 3,5 miliardi di euro l’anno destinato alla costruzione di strade comunali, scuole superiori, spazi per bambini ed edilizia civile.

Copiose anche le critiche, giunte dal ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble che ha subito parlato di responsabilità (aridaje) nei conforti dell’eurozona, così come quelle di Martin Kotthaus, portavoce di Schaeuble, che ha aspramente criticato l’atteggiamento del Bundesrat. Anche il ministro degli Esteri Guido Westerwelle ha bollato la decisione del Bundesrat come deplorevole.

Sta di fatto che oggi una parte di Germania ha detto no alle politiche di austerità, ribellandosi ad un sistema che nel medio periodo avrebbe potuto travolgerla, trovandosi, però, a poter applicare politiche economiche che nessun altro paese tra quelli che hanno ratificato il fiscal compact (come noi) potrà mai più attuare, senza contare che fino alle prossime elezioni non entrerà nello stesso. Ci sono giorni che passano inosservati, senza memoria, lontano dalla storia, quella che noi non avremmo voluto.

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