Era #Andreotti. #Santi, #mafiosi e la legislazione sulla pesca. La moralitá e l’ipocrisia dell’italiota medio.

26746-andreottiLa quantitá di ignoranza che si respira nell’aria é pari solo alla faziositá dell’informazione che questa ignoranza la diffonde. A pacchi.

E il fango che viene sparso sulla morte di Andreotti questa volta é proprio speciale, essendo gettato al contrario, verso l’italiota medio, e lo raggiunge in pieno, attraverso quella cortina fumogena con la quale si sta santificando un uomo che di santo non aveva davvero nulla.

É il momento della moralitá, dell’ipocrisia e dello sdegno, oggi, in questo primo giorno post andreottiano, ma ancora nel pieno del berlusconismo piú greve, volgare e pericoloso. Andreotti muore e forse ci lascia segreti ben custoditi, o forse no. Probabilmente non lo sapremo mai. Sicuramente la sua morte accende nel cuore dell’italiota medio sentimenti di pietá, di demagogico desiderio di perdono (se questo italiota sapesse e avesse studiato la storia, certamente non avrebbe nulla da perdonare) e di sdegno di fronte ai primi implacabili e negativi giudizi della Storia. E i giudici siamo proprio noi, i superstiti, gli studiosi, i cronisti, e saremo noi a giudicarlo, nel bene o nel male.

Andreotti é stato un Padre della Patria, uno dei ragazzi della Costituente del 1948, ed ha contribuito alla fondazione della nostra Repubblica. Questo glielo riconosciamo. Ma dopo la Costituente ha contribuito, quanto meno, a creare clima di tensione che ha regnato in Italia per almeno quindici anni, dalla fine degli anni ’60 ai primi anni ’80, i cosiddetti “anni di piombo”, o la “Notte della Repubblica”, come li ha definiti, con un profondo ed illuminato spunto, Sergio Zavoli.

Oggi é il giorno della memoria, e noi lo vogliamo ricordare sin da ora come un uomo che ha contribuito al disfacimento morale di questo Paese; é stato per sette volte Presidente del Consiglio e trentatré volte Ministro (tolto quello per i Rapporti con il Parlamento, praticamente se li é fatti tutti). Come scrive Travaglio oggi sul Fatto Quotidiano, é stato un uomo del Potere puro e cinico, e non si ricorda a suo nome una legge, una riforma o un’innovazione sociale che hanno cambiato in meglio l’Italia.

Dopo l’aspetto politico, arriviamo al succo della storia: Andreotti é stato un mafioso, certificato da una sentenza definitiva in Cassazione. Nel 2003, alla buon’ora, venne condannato, ma prescritto, per aver “commesso” il “reato di partecipazione all’associazione per delinquere” fino alla primavera del 1980. Parliamo di Mafia, non di bruscolini. Parliamo di Stefano Bontade, di Piersanti Mattarella, di omicidi, di violenza e di servizi segreti deviati.

Dopo la primavera del 1980 la sua carriera mafiosa si interrompe. Perché? Probabilmente perché i mafiosi di Bontade, la vecchia mafia patronale, viene spazzata via dai corleonesi di Totó Riina, e con Riina, nemico di Bontade, non ebbe mai rapporti diretti, ma tramite terze persone, peró,e nello specifico attraverso il boss  Andrea Manciaracina, quello del tanto famoso e quanto improbabile bacio. Manciaracina era un boss importante e un fiduciario di Totó Riina. Perché si incontarono? Non lo sapremo mai, e questo é certo. La versione di Andreotti, ribadita in un’aula di tribunale, riguarda una discussione riguardo la legislazione sulla pesca. Un po’ come a dire che un boss mafioso possa lavorare come stalliere, che ne so, ad Arcore, per esempio. Ma questa é una storia diversa e, se possibile, piú complessa.

Non vogliamo parlare degli altri procedimenti penali per i quali fu inquisito (uno su tutti l’omicidio del giornalista Pecorelli), in quanto la Storia, almeno fino ad oggi, ci ha consegnato assoluzioni ma, e soprattutto, ci racconta di salvataggi in Parlamento, come a piovere, mediante innumerevoli negazioni di autorizzazioni a procedere nei confronti dell’ex Senatore

La nostra morale si basa su questi fatti, o quanto meno su quelli cui la magistratura é riuscita a far luce, e noi non possiamo rispettare la memoria di un mafioso. “Rispettate i morti“, ci dicono. Si, é vero. Li rispettiamo i morti, eccome. E lo facciamo attraverso questa nostra memoria, portando rispetto a tutti i morti di Mafia ammazzati.

É la storia, bellezza, e questi uomini che vogliamo rispettare morirono anche grazie all'”appoggio esterno” di Andreotti Giulio, ex Sentaore a vita della Repubblica Italiana, un uomo la cui partecipazione nel reato associativo (alla mafia, ndr) non é stata ravvisata nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione” (estratto della sentenza definitiva della Corte di Cassazione, emessa il 15 ottobre 2004).

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